Compagnia Popolare del Bruscello - Sabato 18 settembre 2010

GUERRIN MESCHINO - QUANDO IL BRUSCELLO SI CANTAVA NELLE AIE
L’evento si inserisce all’interno della realtà commerciale poliziana che si riconosce nel Centro Commerciale Naturale di Montepulciano.

Con il prossimo evento, che sabato 18 settembre sarà ospitato in alcune piazze del centro storico di Montepulciano, la Compagnia Popolare del Bruscello rievocherà il Guerrin Meschino, il Bruscello cantato nelle campagne durante la Quaresima, che era anche il periodo in cui la terra “dormiva” ed i contadini riposavano non dovendo occuparsi dei campi e dei pesanti lavori che li impegnavano durante il resto dell’anno.

L’evento si inserisce all’interno della realtà commerciale poliziana che si riconosce nel Centro Commerciale Naturale di Montepulciano.

Alle ore 17.00 di sabato sarà Piazza Grande ad ospitare i bruscellanti che offriranno la rappresentazione come veniva anticamente rappresentata nelle aie delle campagne; alle 18.00, con le ceste cariche di costumi, anticipate dall’arboscello, simbolo del Bruscello, i teatranti raggiungeranno Piazza dell’Erbe, seguendo il suono della fisarmonica del Maestro Luciano Garosi, per replicare lo spettacolo; alle 19.00, infine, sarà  il Sagrato di Sant’Agostino a chiudere questa originale iniziativa ripresa dalla Compagnia lo scorso anno con Pia de’ Tolomei, destinata a conoscere un pezzo della “storia” locale.

 

Guerrin Meschino – La vicenda

Napar, principe turco, assedia Durazzo. La città è allo stremo. Mentre il turco prepara l'ultimo assalto la duchessa Fenisia addormenta suo figlio Guerrino e lo affida ad un servo perché lo porti lontano. Quindi, con suo marito Milone, sì arrende al nemico e viene incatenata. Guerrino è venduto a Costantinopoli e diventa un bravissimo guerriero; fa amicizia con il principe Alessandro e si innamora di sua sorella Eli­sena, ma la giovane lo disprezza perché servo. Viene indetto un torneo per le nozze di Elisena. Il principe turco vince ma Elisena non vuole sposarlo; il fratello combatte per liberarla dall'impegno ma viene sconfitto. Si presenta allora un guerriero mascherato che vince Napar e libera i due. Il guerriero non vuole togliersi la maschera, finché, pregato da Alessandro, manifesta la sua identità: è Guerrino. Elisena, che si è innamorata di lui, vorrebbe essere sua sposa, ma Guerrino vuole prima ritrovare i suoi genitori.

Va dalla maga Alcina per domandarle notizie dei suoi natali, ma la maga s’innamora di lui, che da principio sì lascia incantare. Ma quando sente nominare Durazzo ricorda i genitori e lascia Alcina.

Guerrino assalta Durazzo, fa prigioniero Napar e libera i duchi.  La madre lo riconosce, lo abbraccia e chiede perdono per i turchi, che vengono liberati da Guerrino. Tutto finisce con un bel ballo di gioia.

Ora che sa di chi è figlio, Guerrino torna per sposare la bella Elisena, ma vuol accertarsi che essa lo ami ancora. Finge di essere un mercante girovago e va da lei dicendole che Guerrino si è innamorato della Maga Alcina.

Ma non regge a lungo al dolore dell'innamorata e si scopre. Parte con lei per tornare a Durazzo.  Gli innamorati giungono a Durazzo dove si sposano e dove il vecchio Duca affida il comando al figlio ed alla sua sposa fra la gioia generale.

 

…un passo indietro per guardare più lontano

Fra i contadini della Valdichiana il Bruscello si faceva così: giungeva la compagnia con in testa il “Vecchio” portando una fronda d’albero adornata di fiocchi colorati e campanelli, e, accompagnata dalla fisarmonica, cantava  la storia in ottava rima. Una storia della Bibbia, una storia romana o un fatto cavalleresco. Le storie erano note a tutti, bastava un accenno e ognuno sapeva l’argomento.

Vicende scarne, i personaggi pochi e ben definiti, le situazioni semplificate al massimo: amore, gelosia, vendetta, inganno, ansia di giustizia e gloria. Ma anche se con  poveri mezzi davanti alla fantasia avida dei contadini si apriva un mondo ideale di bellezza, di giustizia, di valore.

Simbolica la scena, che è solo lo spazio intorno all’albero rizzato nel luogo deputato alla rappresentazione. Simbolici i gesti, che sono quasi ritualizzati. Simbolico il costume: basta una corona per essere re, la spada di legno per rappresentare il soldato, il manto colorato per i personaggi di cavalieri e dame. Simbolica la musica, che serve come accompagnamento, come corda di recita e sottofondo della narrazione. Simbolica la stessa stesura del racconto, che tutti già sanno e che può mettere in scena personaggi senza presentarli, perché ognuno conosce preventivamente chi sono e quale è la parte in commedia di ciascuno e i suoi rapporti con gli altri.

La forma letteraria è quella classica del racconto cavalleresco: l’ottava rima. Ogni bruscellante esprime i suoi sentimenti elementari sottolineati dal tono della voce che passa dal grave allo stridulo, dall’affrettato al solenne, in modo da rendere l’intensità del sentimento che lo domina.

Il gesto ampio e incisivo fissa l’attenzione ed evidenzia le espressioni, accompagnandole, accarezzandole, lanciandole contro gli spettatori, che vengono dominati e avvinti.

 

…e quante trasformazioni ha avuto e continua ad avere il Bruscello Poliziano, che dal 1939 mantiene la stessa forma rappresentativa pur evolvendosi per adattarsi ai cambiamenti dei tempi.

È tradizione? La risposta è affermativa.

Nel 1939, non sappiamo se per caso o in modo voluto, il Bruscello ebbe una trasformazione rivoluzionaria. Il semplice spettacolo itinerante rappresentato quasi per gioco da un gruppo di uomini diventava spettacolo qualificato.

Non più un pubblico ristretto, quale poteva essere quello di un piccolo spazio, che voleva vedere ed ascoltare sempre le stesse storie, ma nuovi e più articolati testi che raccontavano, sì, le storie che la gente sapeva, ma rappresentate in modo certamente più teatrale.

Il monotono suono della fisarmonica viene sostituito da un’orchestra che accompagna le arie dei bruscellanti.

La vecchia cesta dei costumi si trasforma come la zucca di Cenerentola in decine di costumi di sartoria teatrale e attrezzeria con elmi, spade, scudi e quant’altro necessita alla rappresentazione.

Il flebile raggio di sole filtrato dalle fronde di un albero o l’ombra di un pagliaio, oppure le fatiscenti lampade di un palcoscenico di un teatrino, come in un film di fantascienza diventano batterie di riflettori noleggiate nei grandi teatri.

La scena naturale, di un aia o di un angolo di una piazza, non ospitano più il canto monotono di ottave di endecasillabi ma sono i castelli costruiti con la “stoffa di iuta” e appoggiati in costruzioni di palchi praticabili che ospitano le quartine di settenari  cantate da personaggi ognuno con la sua aria. Duecento persone che si muovono su un palco di 31 per 6,5 metri. Uomini, donne e bambini.

Questa è la nostra tradizione che si rinnova. Il Bruscello Poliziano

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