Vita agreste e tradizioni

Da alcuni anni la vita agreste è tornata a far parlare di se nelle nostre valli e, dopo un parziale abbandono degli antichi poderi, possiamo quasi dire che è tornata di moda.

Vita agreste e tradizioni di Giuliano Lenni, Presidente dell'Associazione Albergatori di Montepulciano: www.montepulcianohotels.it

Da alcuni anni la vita agreste è tornata a far parlare di se nelle nostre valli e, dopo un parziale abbandono degli antichi poderi, possiamo quasi dire che è tornata di moda. Casolari sapientemente ristrutturati, purtroppo non sempre nel classico sistema rurale toscano, sparsi ovunque a ricordare dove un tempo i nostri nonni trascorrevano la loro vita. Ma davvero i nostri avi vivevano in questi bellissimi edifici dotati di ogni comfort, oppure la vita di allora era un po’ diversa da come la si vuol far apparire oggi? Per dar risposta a questa complessa domanda sulla vita contadina nella campagna poliziana, bisogna necessariamente affidarsi ai ricordi di chi quella vita l’ha vissuta in prima persona. Per questo sono andato a parlare con alcune persone di una “certa età” che mi hanno potuto illustrare esattamente come si svolgevano i fatti di quei tempi andati e, presa carta e penna, mi sono appuntato le occasioni speciali che costellavano quel sistema di vita tipico della Toscana. Anziani che oggi non abitano più negli antichi casolari che hanno ospitato intere generazioni di famiglie che, anche se in certi casi non imparentate formalmente, con il trascorrere degli anni finivano per considerarsi affini a tutti gli effetti rispettandosi e aiutandosi in tutte le varie faccende che volta per volta si presentavano.

Lavoro e sacrificio erano le parole d’ordine che vigevano all’interno di queste grandi famiglie, che talvolta arrivavano ad essere composte anche di trenta persone, con il capoccia a far da padrone e la massaia a governare la casa. Naturalmente non esistevano gli svaghi di oggi, come discoteche, birrerie e sale multimediali e dunque i giovani di allora dovevano arrangiarsi come potevano con divertimenti meno sofisticati di oggi ma sicuramente più sani e genuini.

Così si festeggiava il Natale, con cavallucci, panforte e “serpe” fatto con pasta di mandorle; chi poteva faceva anche l’albero e il presepe ed il ritrovo notturno per tutti era alla messa di mezzanotte.

Il Carnevale era una delle feste più belle, perché si scherzava e si andava a ballare nelle case; durante questo periodo e tutta la quaresima ci si dilettava nella “sega la vecchia”, rappresentazione giocosa improvvisata da simpatici ragazzi che con il ricavato organizzavano una lauta cena per amici e ben accette ragazze; anche il gioco della rotella era di questo periodo e veniva effettuato lungo le strade allora poco trafficate. La Pasqua, oltre alla solennità religiosa, era sinonimo di ciambelle annaffiate con poco vin santo, con i rami di alloro che trionfavano nelle cucine delle massaie per celebrare la benedizione della casa da parte del parroco di turno.

Ma c’erano anche le feste di lavoro, quando tutte le famiglie del vicinato si riunivano per aiutarsi nelle mansioni più pesanti. Così si trebbiava faticosamente nell’aia, con pranzo di mezzogiorno e grande festa finale con cena, balli e musica di fisarmoniche e armoniche a bocca. La “sgusciatura del granturco” era la faccenda più bella, perché oltre ad essere divertente creava l’occasione per bisbocciate e serate all’insegna dei giochi di società, canti e balli con la stanchezza addosso ma con la consapevolezza di aver fatto appieno il proprio dovere. Quando poi ci si sposava, allora era un momento davvero ricco di significato. I matrimoni erano momenti solenni, dove gli invitati erano ospitati per una intera giornata di piacere e spasso.

Gli sposi e gli invitati da parte della sposa a pranzo dai genitori di quest’ultima e gli invitati da parte dello sposo a pranzo dai genitori dello sposo stesso. Nel pomeriggio tutti gli invitati dello sposo si recavano a casa della sposa per accompagnare i due consorti a casa dello sposo. Il tutto rigorosamente a piedi con sosta nei poderi che trovavano lungo la strada, ognuno dei quali ospitava tutti con una tavolata di prodotti di vario genere a disposizione degli invitati. Questo tipica usanza si chiamava “parata” occasione che, oltre ad essere di distrazione, legava maggiormente le famiglie interessate.

A tal proposito c’era una cosa non molto piacevole per chi la riceveva ma di grande maligno sollazzo per chi la impiantava. Era “il befano”. Un fantoccio impiccato su un albero o similare a sfottere una donna lasciata dal fidanzato piuttosto che una zitella che nessuno voleva. Ancora più sconcertante era la “scampanata” improvvisata con secchi, barattoli, trombe e osceni insulti che relegavano in casa i familiari della malcapitata. Certe volte volavano anche cazzotti tra i ragazzi organizzatori e gli uomini della famiglia insultata, ma la sbeffeggiante ragazzata valeva ben qualche ceffone! Un altro momento di svago, adottato principalmente in Valdichiana, era il Bruscello itinerante che vedeva coinvolti un gruppo di ragazzi che, travestiti da vari personaggi o da donna, bussavano alla porta di tutte le case che incontravano nel loro cammino. Dopo una scenetta più o meno divertente, ogni famiglia regalava qualche soldo o qualche “coppia d’ova” agli improvvisati attori che con il ricavato organizzavano una grande festa finale.

La sera, se non si era troppo stanchi della pesante giornata di lavoro, ci si organizzava intorno al focolare per la cosiddetta “vegliatura” che talvolta era celebrata nella stanza adiacente alla stalla, magari con un po’ di cattivo odore nel naso ma con un piacevole tepore nel corpo.

Questa era la vita dei contadini di allora, quella vera. Fatta di duro lavoro ma anche di piacevole rilassamento. Ma è anche vero che i tempi cambiano ed è giusto che la tecnologia arrivi anche dove un tempo regnava la semplicità, con il gabinetto dietro al pagliaio e il bagno una volta alla settimana, se andava bene. Ma è proprio questo che farei provare all’agriturista di turno, senza vasca idromassaggio, piscine e palestre attrezzate, per fargli capire pienamente che il tenore di vita che vigeva “a quei tempi”, senza sfarzi e orpelli ma con la sobrietà e la schiettezza tipica della gente di queste parti, non è comparabile con quello che gli si vuol far credere che sia.

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